Il dolore senza nome di chi ha sognato un futuro con il figlio
«Un dolore senza nome, che supera le leggi dell’ordine naturale delle cose. Un colpo di fucile così violento e improvviso, che toglie la possibilità di futuro».
Ad analizzare la tragedia di Crans-Montana, costata la vita ad almeno 40 giovani, è lo psichiatra Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia.
«Forse non c’è una parola per definire un genitore che perde un figlio, perché questo evento rompe il ritmo della natura, tanto che non lo vorremmo dire, ma neppure sentire», dice Mencacci per iniziare.
«Perdere una figlia adolescente è uno strappo della vita che è in itinere: stiamo parlando di persone in una fase di transizione, in cui la protezione genitoriale è ancora presente e, dunque, il dolore si trasforma nella perdita di tutto quel futuro sognato che iniziava a presentarsi nel proprio figlio che cresce. Ora, nei genitori in lutto, possiamo aspettarci il sopraggiungere di un grande senso di ingiustizia e rabbia, che l’evento di Crans-Montana porterà con sé, e che si sommerà alla parte assordante e dolorosa dell’assenza di una figlia o di un figlio che non ci sono più».
Quella della strage dei ragazzi è una ferita «che rimarrà sempre aperta, perché il legame non muore mai, ma possiamo solo sperare cambi forma: in una memoria viva, un dialogo interiore tra genitore e figlio», precisa.
Dal punto di vista psicologico, continua Mencacci, «dobbiamo tenere conto che questo evento è una tale frattura da interrompere, per i genitori, il senso stesso di continuità della vita. Chiara e le altre giovani vittime di Crans-Montana erano il futuro, e questo lascia i genitori in una assenza di tempo, che non può più trascorrere. Il futuro per cui si “lavorava” tutti i giorni si interrompe. Una cesura che dà un senso di impotenza, disorientamento e rabbia, perché tutto questo appare inaccettabile».
Il genitore «sente il dovere di proteggere il proprio figlio e il rischio è che, in queste madri e in questi padri, la tragedia di Crans-Montana sia percepita, erroneamente, come un fallimento. Si genera un senso di colpa profondo e persistente, che a volte è alimentato dai “se” (se avessi detto, se avessi fatto), che continua a produrre sofferenza legata alla perdita di futuri. E questo perché non si piange solo per ciò che è stato, ma per ciò che era stato sognato e che ora non sarà mai. C’è tutto un futuro cancellato, insieme alle vite di così tanti ragazzi».
Come aiutare, dunque, questi genitori ai quali sono stati strappati i figli?
«Il percorso è veramente lungo. Restare congelati nel dolore – spiega Mencacci – a volte aiuta a fermare il tempo, sentendo di continuare a restare vicini al figlio o alla figlia perduti. Un modo per non tradirli e continuare a prendersene cura. Quando il dolore riesce a trasformarsi, però, abbiamo visto che alcune persone hanno costruito gruppi o fondazioni, cercando di fare di tutta questa sofferenza qualcosa di utile. Una scelta che apre al futuro, anche se ora è davvero troppo presto».
È importante «cercare di aiutare questi genitori ad andare verso la vita: il dolore non scomparirà, ma con il tempo può diventare memoria viva, una presenza che accompagna ma non strazia. Questo – conclude Mencacci – è il compito più difficile: non dimenticare, ma ricostruire un senso di esistenza. Con i resti dell’incendio, l’impegno deve essere quello di cercare di riempire i propri giorni tenendo conto dell’assenza. Dal canto mio, ho seguito delle esperienze di genitori che, rimanendo fedeli al proprio figlio, hanno trasformato il proprio lutto in gesti di solidarietà. Un modo per dimostrare amore non solo individuale, ma anche nei confronti di altri giovani».