Scoperto un neurone che regola l'ansia: una nuova prospettiva per le terapie future
Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Neuron apre prospettive promettenti nella comprensione dei meccanismi biologici che regolano l’ansia. Lo studio, condotto dai ricercatori del St. Jude Children’s Research Hospital di Memphis, ha identificato un gruppo di cellule nervose, i cosiddetti neuroni C1, che sembrano svolgere un ruolo chiave nel mantenimento degli stati d’ansia prolungati.
Come spiega Matteo Balestrieri, già professore di Psichiatria all’Università di Udine e co-presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (SINPF), i neuroni C1 si trovano nel bulbo rostro-ventro laterale, una regione cerebrale coinvolta nella regolazione delle funzioni autonome, e producono adrenalina. La loro attivazione determina le principali risposte fisiologiche associate alla paura e all’ansia, come l’aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della respirazione e del rilascio di cortisolo.
Lo studio ha mostrato che, nei modelli animali, una stimolazione eccessiva di questi neuroni mantiene il circuito dell’allarme costantemente attivo, prolungando lo stato ansioso anche dopo la scomparsa del pericolo. Al contrario, il loro blocco consente di ridurre significativamente i sintomi.
Balestrieri invita tuttavia alla prudenza nell’interpretazione dei risultati. La ricerca è stata infatti condotta nei topi e sarà necessario verificare se gli stessi meccanismi siano presenti anche nell’uomo. Nonostante ciò, lo studio rappresenta un’importante base scientifica per lo sviluppo di terapie sempre più mirate.
Attualmente, ricorda lo psichiatra, esistono già farmaci che agiscono indirettamente su questi circuiti, controllando soprattutto le manifestazioni fisiche dell’ansia. Per il trattamento acuto vengono utilizzate prevalentemente le benzodiazepine, mentre nella gestione a medio-lungo termine trovano indicazione gli antidepressivi, efficaci in particolare nei disturbi d’ansia, negli attacchi di panico, nelle fobie sociali e nel disturbo ossessivo-compulsivo.
Secondo Balestrieri, questa scoperta conferma quanto sia ancora fondamentale investire nella ricerca sui meccanismi neurobiologici alla base dell’ansia e della paura. Individuare bersagli terapeutici più selettivi potrebbe infatti consentire, in futuro, di sviluppare trattamenti capaci di ridurre l’ansia cronica preservando al tempo stesso le normali risposte di difesa dell’organismo