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Due o tre buone ragioni per scegliere la gentilezza

Corriere della Sera | articolo di Barbara Stefanelli

Sostituire la rabbia con la temperanza equivale a un atto politico che libera l’economia della convivenza. Economia circolare. Non è debolezza, rassegnazione, fragilità. Al contrario: è un altro genere di potere, di forza, di energia.

Che senso ha parlare di gentilezza? Metterla al centro delle nostre conversazioni e riflessioni? Farci addirittura un Festival? Che senso può avere guardare con interesse al World Kindness Movement, nato a Tokyo quasi 30 anni fa e celebrato ora con una Giornata internazionale il 13 novembre? Il nostro calendario trabocca di giornate speciali che non servono a nulla. Semmai, ci distraggono. E, nel frattempo, il mondo che conta – e tira le somme, a zero, per tutti – ha virato verso l’autoritarismo, l’esercizio della violenza, la velocità estrema che “semplifica” passando come un ferro da stiro su obiezioni e dubbi sparsi.

Mentre le guerre si trascinano, gli asili vengono bombardati, il pullman di una squadra di basket preso a mattonate, le donne private della vita a coltellate in faccia… mentre tutto questo accade, e di più ancora, è chiaro che un appello al buonismo non ci salverà né convincerà. Dobbiamo quindi ragionare sulla gentilezza intesa non come polverina magica o sonnifero, bensì in quanto sistema di relazioni e responsabilità.
Chiediamoci, quindi, se la gentilezza funzioni. Conviene alle parti in gioco, a chi riceve e anche a chi dona? Proviamo a rispondere, mettendo tra parentesi il senso di giustizia e la bellezza della cortesia – che comunque meriterebbero più spazio e riconoscimento.

Il primo punto risale ai nostri antenati. Nelle loro comunità, ristrette e isolate, si conoscevano tutti. I gruppi fondati su principio & pratica della reciprocità si rivelarono più efficienti. Le tribù solidali al loro interno, ha scritto Anna Meldolesi riallacciandosi a uno studio pubblicato su Nature, risultavano «avvantaggiate rispetto alle tribù dove ognuno pensava per sé». Potremmo concludere che “la coopetizione”, incrocio tra competizione e cooperazione, ha reso in termini di sopravvivenza.

Un secondo punto ci arriva dalle neuroscienze. Lo propone Claudio Mencacci, direttore emerito del Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale del Fatebenefratelli-Sacco di Milano, già presidente della Società italiana di Psichiatria. Secondo il professore, ricerche recenti dimostrano che la gentilezza ha un impatto su depressione e ansia perché attiva un’emozione specifica, che si dice “mossa dall’amore” (dal sanscrito Kama muta). È l’emozione che ci scuote, riscalda e com-muove davanti a un gesto gentile. Capace di includere – fino a superare, al rialzo – la passione e il desiderio individuali. L’effetto finale è che ci sentiamo connessi, uniti, integrati. E il malessere viene così contenuto.
Tra tribù primitive e termini in sanscrito, queste potrebbero apparirci però vecchie storie, deposte e calpestate dalle leggi dell’Antropocene che ci vede ormai dominatori aggressivi del Pianeta. E forse, spavaldamente, siamo convinti che “la salute mentale” non sia (né sarà) un nostro problema.

Resta allora un terzo passaggio: capovolgiamo i termini. Ci sembra davvero che l’ordine globale fondato sulla brutalità, sul cinismo, sull’invasione reciproca stia funzionando? Guardandoci attorno, dai vertici degli Stati alla base dei social, il sistema pare pieno di falle: faticoso, maldestro, controproducente. In questo contesto, sostituire la rabbia con la temperanza equivale a un atto politico che libera l’economia della convivenza. Economia circolare. Non è debolezza, rassegnazione, fragilità. Al contrario: è un altro genere di potere, di forza, di energia. Conviene dunque scegliere di restare gentili e scommettere su un contagio positivo. Scommettere che abbia ragione Carlo Rovelli quando afferma che la fisica quantistica ci mostra come le proprietà di ogni “cosa” non siano caratteristiche fisse, innate, di ciascuna entità: le “cose” esistono (noi esistiamo) solo nella rete dei rapporti. E se la realtà è trama di relazioni, ecco che la gentilezza diventa la nostra parola-chiave: per non sentirci spaesati, perduti, soli.

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