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La svolta con i social. La vita come un ring. E il prepotente vince

Lo psichiatra Claudio Mencacci: ormai non è questione di ceto. I giovani non credono nel futuro, neanche i figli di famiglie ricche.

Una violenza senza pietà, che emerge da un substrato di disagio e di alienazione che si fa fatica a comprendere. Cosa sta succedendo, Claudio Mencacci, psichiatra e presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmalogia?

“Questi ragazzi esprimono una condizione di antisocialità, di assenza di qualsivoglia empatia. I loro sono comportamenti volti alla sopraffazione, all’insensibilità per ciò che si fa agli altri”.

Ma perché questa violenza gratuita? “Perché la trovano più attraente, per certi versi più “performante“. Non ci dimentichiamo che tali episodi avvengono sempre all’interno di un gruppo, dove l’esagerazione è spesso premiata. Più sei un anaffettivo, più sei stimato nel “branco”, il cui scopo è essere ribelle, antisociale”.

E da giovani sentirsi accettati da un gruppo è molto importante. Però non pensa che questi siano estremi che non possono valere per tutti? “Ma certo che anche fra gli adolescenti non ci sono solo quelli cattivi, o resi tali da certe condizioni, o quelli anaffettivi, incapaci di provare emozioni, che hanno una scorza dura, difficile da rompere. Però il tema è sempre l’estremo al quale ti porta stare in un “branco” che ti spinge al limite, ti incoraggia a esagerare, che preme per distinguersi facendo bravate o aggressioni insensate”.

Sarà una banalità, ma molti additano al periodo di guerre e incertezze che viviamo, la causa di molte violenze. È una ragione plausibile? “Non solo le guerre, ma anche i videogames, e i video crudi che capita di vedere normalmente sui social “anestetizzano“ alla violenza, al punto tale che non la riconosciamo più come tale. Anzi, la accettiamo. Tutto ciò avviene in un’età fragile di per sé, in cui è già difficile gestire la propria emotività”.

Eccoci ai social. In questi casi tornano sempre come un demone. “I modelli culturali che propongono, il bisogno di visibilità, di protagonismo, portano a fare di tutto per arrivare al grande pubblico. Non farà grandi numeri un gesto di gentilezza, li farà qualcosa di arcaico come la prepotenza. Una persona empatica è vista come debole”.

Ma cosa scatta nella mente di questi ragazzi quando sono in “branco”? “Si tende a perdere il senso di individualità, è percepita come diluita anche la responsabilità di qualsiasi azione criminosa. Esiste il “noi” del gruppo e il “loro” di tutti gli altri. E quindi vogliono attaccare i fragili, forti di un senso di invulnerabilità, o difendersi dagli estranei alla loro piccola società”.

Nel caso dell’aggressione allo studente della Bocconi non si può nemmeno parlare di disagio familiare. “Io non riduco mai tutto alla questione di famiglie disagiate. Penso piuttosto che vi siano in generale delle carenze educative, dei genitori assenti o iperprotettivi. In ogni caso, lo sono sul reale e non sul virtuale, e sappiamo che, specie da giovani, il mondo di internet e dei social è quasi più importante e presente nelle loro vite. Le istituzioni, con la loro lentezza, fanno fatica a stare dietro alle rapide trasformazioni che la società stessa vive, e con essa i suoi modelli culturali di riferimento”.

Le cose sono sempre state così, o lei per esperienza vede che qualcosa è peggiorato, che c’è più violenza? “I tempi “bui” secondo me sono iniziati nel 2008, con l’avvento degli smartphone. Da lì cambiamenti sociali, un senso di imprevedibilità del futuro accentuato, che ha portato non solo i giovani a vivere una condizione di disagio. Non solo chi vive in reali situazioni di difficoltà, ma anche chi potrebbe prendere altre strade e fare scelte diverse, non vede un futuro”.

Come se ne esce? “Educando alla gentilezza, addestrando i giovani a vivere le proprie emozioni in senso costruttivo, così da acquisire affettività, empatia, rispetto degli altri e di sé”